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lunedì, Giugno 21, 2021

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IN SALUTE: Le relazioni affettive come fonte di nutrimento

In questa uscita della rubrica settimanale ho deciso di intervistare una mia collega di lavoro: la dottoressa Teresa Capparelli, psicoterapeuta, che può essere seguita sia su Instagram che su TikTok. Con lei ho affrontato un discorso che richiama le emozioni.

Oggi sentiamo sempre più spesso la frase siamo ciò che mangiamo ma, questo ci distrae dal fatto che il nostro organismo si nutre non solo di cibo e spesso i nostri malesseri sono dovuti al troppo rimuginare su un’azione ricevuta o una parola detta e dal fatto che noi, in quel momento, non abbiamo reagito nel modo più giusto. Vi consiglio di leggere questo articolo fino in fondo e dare in questo modo al vostro cervello un input che vi permetterà poi di essere più consapevoli.

Sono ormai noti gli studi condotti nella seconda metà del ‘900 da Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, secondo cui il bambino, sin dalla nascita, si nutra, oltre che di cibo, della relazione con il proprio caregiver, al fine di ottenere sostegno, calore e protezione.  

In ragione del rapporto che ciascun bambino intraprende con il proprio caregiver durante l’infanzia, si formeranno, successivamente, dei “modelli operativi interni” derivanti dall’esperienza precoce di attaccamento.

Questi ultimi si configurano come delle mere rappresentazioni mentali circa le relazioni affettive. Sulla base della propria esperienza di attaccamento (che si spera sia stato “sicuro”, dunque sano) ogni individuo perpetrerà quelle modalità sperimentate durante l’infanzia anche nelle relazioni future.

In gran parte dei casi, fatta eccezione per relazioni di attaccamento patologiche, gli esseri umani sono naturalmente predisposti a prediligere, in ragione dei propri bisogni affettivi, delle relazioni mediante cui ottenere cura e calore. Questa considerazione, d’altronde, è alla base della teoria dei bisogni di Maslow, il quale ipotizzava vi fosse una “piramide dei bisogni”, in cui figurano, tra molti, anche quelli di natura affettiva.

Accade, tuttavia, che molte persone sperimentino una certa difficoltà nell’identificare “relazioni tossiche” o persone che hanno un’influenza negativa sulla propria esistenza.

A seconda della qualità e della frequenza con cui alcune persone muovono nei nostri riguardi comportamenti o giudizi distruttivi, è possibile identificare potenziali influenze sul nostro benessere psico-corporeo.

Ma come riconoscere una relazione che non ci fa bene? E come, altresì, una persona “negativa”? Di seguito ti segnalo tre considerazioni, frutto dell’esperienza con i miei pazienti (ed anche della mia!)

  1. Il primo modo è senza dubbio identificare l’emozione che sperimentiamo quando siamo in compagnia di qualcuno che avvertiamo come potenzialmente “tossico”. Ciascuna delle emozioni che proviamo è identificativa di un nostro bisogno. Esperire emozioni a connotazione negativa lascia presagire che il rapporto con quella persona potrebbe essere dannoso.
  2. Quando le persone con cui ci rapportiamo manifestano rabbia ed ostilità verso l’ambiente circostante, anche in situazioni che non lo giustificano, molto probabilmente ci troviamo dinanzi a qualcuno che assume una posizione negativa in modo continuativo. Questi individui tendono ad essere svalutanti con il proprio interlocutore ed insoddisfatti. Tale modalità genera uno stato di sofferenza costante che non permette di avanzare e avere delle relazioni nutrienti.
  3. Le relazioni tossiche sono quelle nelle quali uno dei due è scarsamente empatico verso l’interlocutore, totalmente incapace di comprendere gli stati mentali ed i bisogni altrui. In genere la persona poco empatica è concentrata esclusivamente su di sé, non riesce a cogliere quello che accade intorno e tende a parlare solo di quello che gli succede, senza preoccuparsi di chi gli sta di fronte. Questi individui parlano solo in prima persona, sono poco propensi all’ascolto e quasi sempre egoisti.

Non imbattersi in queste relazioni durante l’arco della propria vita non è possibile. A ciascuno è capitato di incontrare “persone negative” lungo il proprio cammino. Malgrado il malessere che apportano, le loro modalità rendono difficile l’interruzione della relazione, perché queste persone sono abili nella manipolazione.

È fondamentale riconoscere come ci si sente in loro compagnia, ascoltare il proprio bisogno, anche se quest’ultimo ci suggerisce di “scappare”. Non ci si nutre esclusivamente di cibo, quanto di relazioni. Non sentirti in colpa: sei libero di scegliere quali di queste intraprendere nell’arco della tua esistenza. Ciascuna di queste relazioni, se tossica, può minare il tuo benessere. Liberartene, ti aiuterà a star meglio!

BIBLIOGRAFIA

Bowlby J., Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano (1989).

Abraham Maslow, Motivation and Personality, 1954.

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