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lunedì, Giugno 21, 2021

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Parole parole parole: ALTERAZIONE e EMPATIA

Alterazione deriva dal tardo latino alteratio, che a sua volta si rifà al classico alter, altro, e indica in genere un mutamento connotato negativamente, come avviene, ad esempio in una discussione accesa in cui si alterano i toni per far valere le proprie ragioni.

Una fuoriuscita, dunque, da una normale condizione del sé per farsi altro da sé. Ma, attenti a questa ultima definizione che ho dato, rovesciamo il nostro modo di intendere l’alterazione da un senso negativo a uno positivo.

Allora possiamo dire che alterazione è mettersi nell’altro; non dunque abbandonarsi ad un impulso istintivo ma attuare la volontà di uscire dal cerchio delle proprie opinioni, punti di vista, pregiudizi per assumere la prospettiva dell’altro, mettiamo la persona con cui ci confrontiamo.

In questo senso alterazione non è diversa da empatia, la parola derivata dal greco ἐν, “in”, e -πάθεια, dalla radice παθ- del verbo πάσχω, “soffro”,  che definisce la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, di provare i suoi stessi sentimenti, in modo da avere un comportamento adeguato in una relazione interpersonale.

Non è facile empatizzare con un disagiato, un malato, un immigrato, un barbone. Mia madre diceva. “Nisciuno po’ sapé che nce sta ‘ncuorpo a’ ‘n ato” (nessuno può saper che c’è nel corpo di un altro). E’ vero.

E poi il sentimento di compassione, cioè di condivisione della condizione di dolore, è inutile se non si traduce in un atto concreto per alleviarlo se non rimuoverlo. Proviamoci, però.

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