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mercoledì, Maggio 12, 2021

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FUORI I SECONDI: Tyson vs Holmes

Fuori i Secondi è una rubrica che parla di pugilato, che vuole raccontare la storia di questo sport attraverso le sfide più entusiasmanti che ne hanno segnato la popolarità. Lo facciamo in compagnia di un campione dei giorni nostri, il sarnese Samuele Esposito, plurititolato a livello nazionale ed internazionale nella categoria dei Super Leggeri.

La boxe racconta vite. Strano a pensarlo. Ma su di un ring scorrono fiumi di esistenze, prima ancora che colpi alla figura e al mento. E quella di Mike Tyson comincia nel giorno in cui Larry Holmes dominò e batté sul ring di Las Vegas il suo idolo di sempre, Muhammad Alì. Il ragazzo di Brooklyn, allora 14enne, era con il suo allenatore e tutore Cus D’Amato a bordo del quadrato, come spettatore.

Era il 1980. Otto anni dopo, proprio Tyson – già campione indiscusso dei Massimi – avrebbe affrontato Holmes. Samuele, la domanda che sorge spontanea per quel match è: perché?

La chiamarono la vendetta di Alì. Tyson fremeva per rendere giustizia al suo idolo, ritiratosi dal mondo del pugilato proprio dopo aver perso per KO tecnico contro Holmes. Perché? Beh, io un’idea me la sono fatta: Tyson aveva sete di vendetta, del resto quel match fu seguito anche dallo stesso Alì, ormai alle prese da tempo con la battaglia al Parkinson; allo stesso tempo, Holmes – che non aveva alcuna possibilità di battere il giovane campione dei Massimi, lo avrà sicuramente fatto per soldi. Il suo fisico era ormai logoro, era un 38enne che – a quei tempi, sempre perché non esistevano integratori e un’alimentazione adeguata, oltre che una preparazione scientifica come quelle di oggi – non aveva più nulla da dire sul ring.

E questo ci porta dritti a valutare lo strapotere fisico di Tyson, che contro chiunque in quegli anni era assolutamente di un altro pianeta…

Cus D’Amato aveva creato il prototipo del ‘picchiatore perfetto’. Tyson non era molto alto per la categoria dei Massimi, perciò doveva sempre accorciare le distanze per colpire l’avversario e mettergli pressione, con colpi di precisione e di una potenza inaudita. Un demolitore che non solo sapeva colpire bene, ma che doveva anche incassare i pugni dei rivali, che non erano da meno. Quindi su di lui è stato fatto anche un grande lavoro per irrobustire il collo e permettergli di non indietreggiare di un centimetro, anche quando l’altro sul quadrato portava dei colpi vincenti alla sua figura.

E tu che, poi, in carriera sei stato soprannominato il piccolo Tyson, sai cosa significa dover andare avanti sempre con coraggio, senza temere nulla, cercando di mandare al tappeto l’avversario che hai di fronte.

Tyson, per tanti come me che hanno fatto pugilato a grandi livelli, è stato come Maradona per il calcio. Un grandissimo, che poi – proprio come Maradona – ha pagato lo scotto del lusso, della celebrità e della ricchezza improvvisa dopo aver patito da giovane la miseria. Alla fine, a determinare il suo declino è stato lui stesso. Ma questa è un’altra storia e mi sento di non giudicarlo assolutamente. Forse, al posto suo, io come tanti altri, avrebbero fatto lo stesso. Quindi… è andata come è andata.

Non possiamo non concludere questa intervista, uscendo fuori tema, ricordando un altro grandissimo come Marvin Hagler, di cui abbiamo parlato in una precedente puntata di questa rubrica, scomparso di recente in circostanze a dir poco misteriose…

Per un pugile, sentire certe notizie, fa davvero male male male. Ti dico solo una cosa: il giorno in cui ho appreso la notizia della scomparsa di Hagler sono stato da schifo, perché è come se avessi avuto un lutto strettissimo, come uno di famiglia. Dispiace tanto, è stato un colpo durissimo da digerire per quanti amano questo sport, considerato che Hagler non era affatto vecchio e si manteneva bene, era in forma.

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