PROSSIMA FERMATA: Bandiera rossa e Mc Marx

P. Gerardo Santella 2 Dicembre 2021
PROSSIMA FERMATA: Bandiera rossa e Mc Marx

RUSSIA (1995)

Bandiera rossa e Mc Marx

A Mosca, al centro di piazza Karl Marx, poco distante dal Cremlino, si erge un enorme blocco di granito, da cui è ricavato un busto del filosofo tedesco, alla cui base si legge in caratteri cirillici la scritta con cui si conclude Il Manifesto: “Proletari di tutto il mondo unitevi”.

Di domenica mattina un gruppo di nostalgici del comunismo vi sventolano bandiere rosse, mentre un oratore parla tra l’indifferenza generale. È soprattutto l’occasione per stendere a terra un logoro panno su cui esporre, a beneficio di occasionali turisti, paccottiglia del vecchio regime: gagliardetti, monete, nastrini, fazzoletti, bandierine, medaglioni arrugginiti, vecchi orologi a corda manuale…Una intera serie di trenta distintivi con il volto di Lenin è in vendita per soli cinque dollari.

Il volto di Marx è finito anche su Tshirt di vario colore esposte su bancarelle e vetrine lungo strade e piazze toccate da flussi turistici. Vi è sovraimpressa una M simile a quella che pubblicizza la catena di fast food americana Mc Donald’ s.

Ragazzi, giovani, vecchi, donne

Ragazzi, come quelli che sostano in frotta davanti all’hotel Pulkovskaia, il maggiore di San Pietroburgo, che si accalcano presso i gruppi turistici che entrano o escono e chiedono qualche rublo. A fine giornata dovranno dividere le monete raccolte con il portiere dell’albergo che ha permesso loro di mendicare senza scacciarli.

Giovani, come Vladimir, lo studente che ci fa da guida durante la visita della città. Sogna di abitare in Italia e fare la guida turistica per i visitatori sovietici a Roma. Gli si legge nel volto e nelle parole, come in tanti suoi coetanei, rassegnazione nel presente e disillusione per il futuro.

Vecchi, come quelli a San Pietroburgo, piazza Lenin, ingresso della metropolitana, otto di sera. Cinque anziane donne, aspetto stanco, vesti spiegazzate, capelli nascosti sotto un fazzoletto scuro, più anni di quanti realmente ne abbiano, espongono sul marciapiede la loro merce: una manciata di piselli freschi, un barattolo di vetro colmo di lamponi, cipolle avvolte in carta di giornale, un lacero sacchetto di patate, due pagnotte di pane su un grezzo panno di tela. Sono venute qui dalla campagna di prima mattina, se ne andranno all’imbrunire.

Donne, come quelle che lavorano nei cantieri, nelle miniere, nei campi, nelle fabbriche. Ci tengono a farsi belle. Tingere i capelli di biondo o di rosso (talora il colore dipende dalle tinte disponibili nei negozi), mettere il rossetto, indossare abiti occidentali alla moda sono una reazione all’ideale comunista della donna forte e sana, non troppo dissimile dall’uomo. Vogliono essere eleganti per far vedere una diversità, mostrare la loro femminilità.

Donne, come quelle, sedute su uno dei bei divani nella spaziosa ed elegante hall del lussuoso albergo. Vestite elegantemente, bionde, attraenti, ti guardano e ammiccano ogni volta che incontrano il tuo sguardo. “Ma chi sono? - ti chiedi – E perché ti sorridono con discrezione?”. Volgi lo sguardo per non sembrare inopportuno. Solo il giorno dopo, ripensandoci, capirai che erano due prostitute di alto bordo in cerca di clienti, presenti nei maggiori alberghi della città.

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