PROSSIMA FERMATA: Change?

P. Gerardo Santella 15 Gennaio 2022
PROSSIMA FERMATA: Change?

UNGHERIA (1977)

Change?

Viaggio con un maggiolone celeste della Wolkswagen alla scoperta dei Paesi comunisti dell’Est, Ungheria e Cecoslovacchia (non ancora divisa in Repubblica Ceca e Slovacchia, n.d.r) con tre compagni: Lello, studente di Ingegneria, Salvatore, libraio, desideroso di avventure amorose, Guglielmo, appena diplomato, sempre alla ricerca di un piatto di spaghetti come glielo faceva la mamma a casa.

Attraversata la Slovenia siamo al posto di dogana ai confini con l’Ungheria, dove ci accodiamo a una lunga fila di giovani in attesa di una minuta perquisizione dell’auto e delle valigie, del visto e del cambio obbligatorio di lire in fiorini per l’equivalente di 10mila lire (lo stesso avverrà alla frontiera ceca con le corone) per ogni giorno di sosta nel Paese.

Una decisione questa per evitare il mercato nero del cambio. Per tutto il viaggio siamo avvicinati da decine di giovani che chiedono: Change? (Cambio?) e che offrono in fiorini tre volte in più rispetto al cambio ufficiale. Qualche volta ne approfittiamo, sapendo di commettere un atto illegale, ma la Polizia – ci viene detto, ed è vero – è disposta a chiudere entrambi gli occhi. La valuta straniera (lire, franchi, marchi, ma soprattutto dollari) serve per comprare beni di consumo (abbigliamento di qualità, oggetti domestici, generi alimentari) in negozi che accettano solo moneta estera.

E se uno pensasse di speculare, cambiando molte lire in fiorini da riconvertire poi nuovamente in lire? Il regime lo ha previsto. I fiorini non spesi fuori dal Paese non sono convertibili. Diventano carta straccia. Puoi solo regalarli a che entra.

Quarto piano: VERA GABOR

A Budapest rimaniamo tre giorni. La prima tappa è presso un ufficio di Polizia. Qui indichiamo su un modulo i giorni che rimarremo in città (nel caso che nel giorno stabilito non partissimo dobbiamo ritornare nell’ufficio per una nuova dichiarazione) e, sbrigate le formalità, ci rechiamo a uno degli uffici turistici statali, che ci assegna l’alloggio in cui dormire tramite un documento da consegnare all’affittacamere.

Saliamo al quarto piano di un vecchio palazzo di cinque, senza ascensore, su per una stretta scala sconnessa, dove una targhetta arrugginita a una porta indica VERA GABOR, che corrisponde al nome sul foglio di prenotazione.

Ci apre un’anziana donna dall’aspetto poco curato. Non conosce l’italiano. Nei brevi colloqui in cui la incontriamo per entrare e uscire di casa, mettendo insieme frammenti di lingua inglese e francese, ci dice che è vedova, i suoi due figli abitano in un’altra parte della città e che lo Stato considera troppo grande un appartamento di tre (piccole) stanze per una persona sola, così è costretta a metterne a disposizione per l’Ufficio Turistico.

Lei ha la disponibilità di una stanza e un cucinino, le altre due stanze, ognuna con tre posti letto che occupano l’intera superficie, è per gli occasionali avventori. Il minuscolo ma pulito bagno è di uso comune. E questo è un angolo di Paradiso della società comunista!
ULTIMI ARTICOLI