PROSSIMA FERMATA: Lisboa antigua, il corpo di donna della città

P. Gerardo Santella 24 Novembre 2021
PROSSIMA FERMATA: Lisboa antigua, il corpo di donna della città

PORTOGALLO (1987)

Lisboa antigua: il corpo di donna della città (2003)

Lisbona è donna: donna perché le sue forme, che si arrotondano in sette colli, ricordano le sinuosità di fianchi femminili; donna perché la saudade della sua musica richiama un abbraccio dolce e fragrante; donna perché ha una fragile aura di mistero, eccitazione e tumultuoso godimento. Ma non una donna giovane, dinamica, con un corpo sodo e sensuale; piuttosto una donna matura, dalle forme un po’ molli, il cui viso comincia a essere solcato da qualche ruga, non nascosto dietro un velo di cipria e belletto, ma che ancora presenta segni di una antica bellezza non del tutto sfiorita. Un corpo non da attraversare rapidamente, percorrendolo a tutta velocità, ma da godere adattandosi al suo ritmo lento, passeggiando alla scoperta di angoli nascosti fuori dai circuiti più battuti dai turisti, tra salite, discese, scalinatelle, fontane, slarghi, tunnel, giardinetti; o semplicemente standosene seduti al sole per un pomeriggio intero su un mirador (belvedere) guardando al tramonto il mare di tegole rosse dei tetti delle case e, appena più in là, le imbarcazioni che solcano le acque del Tago.

Il corpo della città non si stende quietamente in orizzontale, si slancia in verticale. Percorrerlo é faticoso. Per inerpicarsi per salite ardite e viuzze strette, soprattutto su verso il vecchio e suggestivo quartiere dell’Alfama, per non spezzarsi le gambe meglio salire su una gialla carrozza della funicolare o un coloratissimo electrico (tram). E se non si trova posto a bordo, ci si attacca al tram, nel senso che ci si fa tirare da una maniglia situata in coda al vapore.

Estremoz. Come eravamo

Sulla strada che dal confine spagnolo a Badajoz, dopo aver attraversato una foresta di sughereti, facciamo una sosta a Estremoz. Un cono di case bianchissime, con un colorito mercato che, nel momento in cui arriviamo, sta per smontare. Giriamo per la piazza triangolare ormai vuota, ci abbeveriamo a una fontanella pubblica posta all’ombra di una quercia, sostiamo su una panchina; ragazzini tirano calci a un pallone, un barbiere in giacca bianca seduto sul marciapiedi ad aspettare clienti, vecchi che giocano a carte, donne che si affrettano verso casa con borse della spesa ricolme di merci.

Saliamo con l’auto per la strada che porta alla parte alta del paese: stretti vicoli, usci delle case aperti, voci e odori dall’interno, panni stesi al sole, qualche cane e gatto che vaga per la via. Una piazzetta, un antico castelletto trasformato in ristorante.

Questo, mi dico mentre ripartiamo, è un paese in cui sono già stato; ne ho una sensazione molto viva, un ricordo chiaro. Ma quando? E come è possibile, se è la prima volta che vengo qua?

Ecco! Ho fatto un salto indietro nel tempo. Non sono in un lontano paese del Portogallo ma nella mia Palma di trenta anni fa, in una soleggiata e sonnolenta giornata estiva di un paese del Sud dell’Italia prima del boom del consumismo. Una impressione questa che mi accompagna per tutto il viaggio. Come rivedere in parte lo spazio del film della propria vita che scorre. Con un filo di nostalgia per il tempo dell’infanzia.
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