Riciclo dei cellulari: l’oro nascosto nei nostri cassetti

Sonia Brandi 25 Maggio 2026
Riciclo dei cellulari: l’oro nascosto nei nostri cassetti

Il riciclo dei telefoni cellulari e dei dispositivi elettronici è diventato uno dei nodi cruciali della transizione ecologica. Ogni anno il mondo produce 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, un flusso in crescita cinque volte più rapida rispetto alla capacità globale di riciclo.

Dentro questi scarti si nascondono però materiali preziosi come oro, argento, rame e terre rare, ma anche sostanze tossiche come piombo e mercurio. Recuperarli è possibile, ma non tutte le nazioni lo fanno allo stesso modo.

Alcuni Paesi hanno sviluppato sistemi di gestione dei RAEE (rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche) estremamente efficienti, tra questi troviamo innanzitutto la Svizzera, considerata ormai un modello mondiale: ricicla oltre il 95% dei rifiuti elettronici grazie a un sistema di tariffe di riciclaggio anticipate, incluse nel prezzo d’acquisto del dispositivo. Il consumatore finanzia il riciclo già al momento dell’acquisto, garantendo un sistema sostenibile e capillare.

Non è da meno però la Norvegia, che ha un tasso di raccolta e riciclo che supera il 90% grazie a una forte consapevolezza ambientale e da una collaborazione stretta tra cittadini, aziende e istituzioni.

Per quanto riguarda l’Unione Europea nel complesso, questa è tra le aree più attente al tema, con un tasso di riciclo formalmente documentato del 42,8%, molto superiore alla media globale del 22,3%.

L’Italia, pur avendo migliorato la raccolta negli ultimi anni, rimane lontana dai Paesi leader a causa della frammentazione territoriale, della scarsa informazione e della presenza di canali illegali di smaltimento che rallentano i progressi.

Perché riciclare i cellulari e dispositivi elettronici è così importante?

Dobbiamo considerare che un singolo smartphone contiene:

  • oro, argento e palladio nei microcircuiti;
  • rame nei cavi e nelle schede;
  • litio e cobalto nelle batterie.

Questi materiali sono sempre più richiesti dall’industria tecnologica, la loro estrazione è costosa, inquinante e spesso legata a condizioni di lavoro drammatiche.



Il Global E‑waste Monitor ricorda che solo il 22,3% dei rifiuti elettronici mondiali viene riciclato correttamente, con una copiosa perdita di risorse naturali.

C’è da considerare che dietro ogni smartphone c’è una filiera globale complessa, spesso opaca, legata soprattutto all’estrazione di alcuni elementi. Il cobalto, per esempio, viene estratto in gran parte nella Repubblica Democratica del Congo, dove sono documentati sfruttamento minorile e condizioni di lavoro pericolose.

Un discorso analogo può essere fatto per le terre rare, ovvero un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per l’industria tecnologica e che si trovano disperse in piccolissime concentrazioni, rendendo la loro estrazione particolarmente complessa.
Inoltre, sono concentrate in pochi Paesi, comportando impatti ambientali enormi e comunità esposte a sostanze tossiche.

In alcune regioni dell’Africa e dell’Asia, i rifiuti elettronici vengono bruciati o smontati senza protezioni, rilasciando fino a 1000 sostanze chimiche pericolose nell’ambiente, tra cui sostanze neurotossiche come il piombo.

Paradossalmente, mentre l’Europa cerca di regolamentare il settore, una parte dei rifiuti esportati illegalmente finisce proprio in questi Paesi, alimentando un circolo vizioso di inquinamento e sfruttamento.

Una società consumistica che produce più rifiuti di quanti ne ricicli
Il problema non è solo tecnologico, ma culturale: il ciclo di vita dei dispositivi si accorcia e i prodotti sono sempre più difficili e costosi da riparare da riparare. Il marketing, divenuto sempre più aggressivo e presente, spinge al rinnovo continuo facendoci illudere che i nuovi prodotti da loro proposti siano una necessità, un bisogno.

Il risultato? Dal 2014 l’Europa genera più rifiuti elettronici di quanti dispositivi acquisti, segno di un modello insostenibile.

Se l’Italia adottasse strategie più ambiziose, potrebbe ridurre l’impatto ambientale, recuperare materiali preziosi e creare nuove opportunità economiche nella filiera del riciclo.

Quali potrebbero essere delle soluzioni al problema?
  • Responsabilità estesa del produttore: chi produce dovrebbe finanziare e garantire il riciclo;
  • Centri di raccolta capillari e facilmente accessibili;
  • Educazione ambientale continua, non solo campagne occasionali. Sarebbe necessaria soprattutto all’interno delle scuole, nelle quali si dovrebbero dare gli strumenti per poter capire l’importanza della gestione dei rifiuti, non solo dal punto di vista ecologico ma anche sociale e culturale;
  • Garantire degli Ecodesign, ovvero produrre dispositivi più riparabili, modulari e riciclabili;
  • Migliorare la tracciabilità della filiera per evitare esportazioni illegali.

Il riciclo dei cellulari non è un gesto marginale: è un atto che incide sulla salute del pianeta, sulla giustizia sociale e sulla sostenibilità economica. I Paesi più avanzati dimostrano che sistemi efficienti sono possibili, ma richiedono visione, investimenti e partecipazione collettiva.

L’Italia ha ancora strada da fare, ma il potenziale è enorme: ogni smartphone riciclato è un piccolo passo verso un’economia più circolare e meno dipendente da filiere di sfruttamento.
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