Uberto Siola: l’architetto della bellezza che ha scritto una lettera d’amore a Napoli

Redazione 6 Maggio 2026
Uberto Siola: l’architetto della bellezza che ha scritto una lettera d’amore a Napoli

Ci sono opere che cambiano la mappa di una città. Altre che ne cambiano l’idea. La stazione Chiaia Monte di Dio, ultima nata tra le Stazioni dell’Arte della Linea 6, appartiene alla seconda famiglia. L’ha firmata l’architetto Uberto Siola, con l’artista Peter Greenaway al suo fianco, e il risultato non è una semplice infrastruttura. È un manifesto culturale, una riflessione sull’identità di Napoli e, insieme, un atto politico.

Siola l’ha chiamata così: una discesa all’Ade. Scendere su quella banchina significa attraversare il mito fondativo della città. Giove, Nettuno, Cerere, Plutone popolano gli spazi e raccontano una Napoli che tiene insieme il razionalismo illuminista e le vertigini esoteriche del principe Raimondo di Sangro.

È la doppia anima partenopea, messa in scena senza retorica, con il coraggio di chi sa che l’arte pubblica deve educare prima che decorare.

La genesi è lunga. Il contratto parte nel 1999, il sub-contratto per Chiaia nel 2004. Oltre vent’anni di cantiere. Siola ne parla con ironia tagliente: il vero primato napoletano non è la durata dei lavori, ma la quantità di opere iniziate e mai chiuse. Stavolta l’opera si è chiusa. E lo ha fatto perché alla base c’era un’intuizione politica precisa, quella di Antonio Bassolino e di Achille Bonito Oliva: trasformare le fermate in edifici d’arte, offrire ai cittadini una forma quotidiana di acculturamento. Siola ha preso quell’intuizione e l’ha portata fino in fondo.

All’Expo 2010 di Shanghai, Siola disse che la vera merce italiana da esportare non era l’acciaio, ma la bellezza. La cultura, l’architettura, i beni culturali, i monumenti. Napoli ha seguito quella strada: ha ricostruito la propria immagine guardando se stessa. L’ambiente, la cucina, la gente, i monumenti. È stata una rinascita che ha spostato persino i linguaggi della città. “Anche quelli che prima si identificavano con il malaffare, oggi si identificano in questo mercato”, osserva l’architetto. Una frase dura, che fotografa un cambiamento reale.

Ma Siola non concede sconti. Denuncia il rischio di una città ridotta a friggitoria all’aperto e a bed and breakfast al chiuso. Il terziario degradato contro la città d’arte. E propone la sua risposta: la bellezza costringe la gente a essere migliore. L’esempio è sotto gli occhi di tutti. La piazza in pietra bianca all’uscita della stazione Chiaia Monte di Dio. A dieci mesi dall’inaugurazione non ha un graffio, non un cuoricino inciso, non una firma. Nulla. La bellezza, quando è autentica, incute rispetto.

Il confronto con Milano è netto, quasi brutale. “Milano è una città senza identità, con un progetto. Napoli è una città con un’identità, senza progetto”. Per Siola, Milano ha inseguito modelli estranei a sé. Napoli ha l’anima, ma fatica a governare i processi. È un nodo che riguarda l’intero Paese. L’Italia stenta a spendere i fondi del PNRR perché mancano piani veri. Ci si affida a progetti preesistenti, come la Napoli-Bari delle Ferrovie. Il problema non è il cemento. È la capacità di progettare le città. È la politica.

Lo sguardo di Siola va oltre il Golfo. L’Europa, dice, riconoscerà nell’Italia il suo grande patrimonio culturale e turistico. Un destino possibile, ma che va governato. “Il progresso si ottiene con il governo dei processi. Se non c’è una politica che regge, tutto va in malora. Non possiamo affidarci allo spontaneismo”. È un monito che vale per Napoli come per Roma. Senza governo, anche l’identità più forte rischia di diventare cartolina.

Laureato in architettura, professore ordinario alla Federico II dal 1977, preside di facoltà dal 1979 al 1996. Oggi dirige il Centro Interdipartimentale di Progettazione Urbana “Luigi Pisciotti” ed è Presidente della Fondazione Internazionale per gli Studi Superiori dell’Architettura. È stato deputato con i Democratici di Sinistra nella XIII Legislatura. Aula, parlamento, cantiere: tre luoghi per un’unica idea di responsabilità pubblica.

Siola definisce la stazione Chiaia Monte di Dio “una lettera d’amore a Napoli”, aggiungendo subito: “Anche se, magari, non ricambiato”. A guardare quella piazza intatta, a osservare i ragazzi che scendono la scala e si fermano davanti a Nettuno, verrebbe da dire che la risposta c’è. Ogni gesto di cura è una riga di quella risposta.

Uberto Siola è l’architetto della bellezza, certo. Ma è soprattutto l’architetto della responsabilità. Ci ricorda che i monumenti non bastano senza progetto, che l’identità non basta senza governo, che la città d’arte ha bisogno di cittadini all’altezza. In un tempo che confonde l’effimero con l’eterno, è una lezione necessaria.

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