AMERICAN TRAVEL: NATIONAL MUSEUM OF THE AMERICAN INDIAN
P. Gerardo Santella 13 Febbraio 2026
Indiani a cavallo
Non è il titolo di un vecchio film Western, ma una interessante mostra del Museo Nazionale degli Indiani d’America, che ha sede nella U.S. CUSTOM HOUSE (la vecchia dogana).
Accanto alla collezione stabile dei manufatti dei nativi americani, l’esposizione è dedicata all’importanza dell’holy dog – cane sacro, come era chiamato il cavallo – nella vita degli Indiani sia in tempo di guerra che in tempo di pace.
Con i cavalli gli Indiani potettero cacciare il bisonte con maggiore facilità, levare le tende e spostare i campi con rapidità, avere così tempo libero da dedicare all’arte e alle pratiche religiose; la loro proprietà conferiva prestigio alla comunità; il nome che includeva la parola cavallo denotava forza di carattere.
Tra gli oggetti esposti: una maschera di cavallo della tribù Cheyenne, fatta di piume d’aquila, bottoni di bronzo, perline di semi, pelle di bisonte, nervi e fili di cotone. Una war shirt- casacca di guerra, con scene di battaglie ricamate sul tessuto, che indossavano esclusivamente stregoni e guerrieri.
Di fronte al Museo indiano si apre il City Hall Park, il piacevole e ombroso parco che circonda l’ufficio del sindaco della città, in cui nel luglio del 1776 fu letta alla presenza di George Washington la “Dichiarazione d’Indipendenza”.
All’interno del parco gigantesche, moderne installazioni di pietra e di bronzo, che rappresentano strani personaggi dal volto e dal corpo deforme (spiriti del male delle credenze indiane?).
BROOKLYN MUSEUM: Creative art marking
All’uscita del Brooklyn Museum, dopo tre ore passate ad aggirarti per cinque piani di opere d’arte, prima di immetterti nella piacevole piazza davanti all’ingresso, nell’ampio spazio di una struttura in vetro allestita nell’ atrio, assisti a un Creative Art making. Su due pedane, disposte una accanto all’altra, due modelle di colore, vestite con corpetto e short nero, si mettono in posa; tutti intorno, seduti, uomini e donne, per lo più maturi, forniti di fi fogli da disegno e carboncini di vari colori, che provano a disegnare dal vivo con il sottofondo di una gradevole musica.
Sono persone che hanno seguito un corso di disegno e ora nella prova finale cercano di mettere in pratica quanto hanno imparato. Non so perché, ma la scena mi mette allegria, mentre mi aggiro curioso intorno alla pedana sbirciando sui fogli degli allievi.
Locus amoenus
Sembra la materializzazione di una descrizione letteraria il “Botanic Garden” di Brooklyn, un “locus amoenus”, un giardino piacevole, come quello della maga Armida, decritto da Torquato tasso nella Gerusalemme Liberata, adorno di fontane, siepi, alberi fiorirti, laghetti, aiuole, uccelli variopinti che volteggiano da un ramo all’altro; il silenzio interrotto soltanto dalla lieve musica di un venticello che trascorre le foglie. Perfino le persone, sedute sul bordo delle vasche, in cui galleggiano svariate specie di piante acquatiche che esse riproducono su un foglio bianco con i colori dell’acquarello, sembrano presenze fantasmatiche del paesaggio.
Passeggiando tra i viali, tra le altre meraviglie (il giardino giapponese che orla uno stagno dai contorni irregolari, le 750 specie di piante nane del Bonsai museum…), ti soffermi alla “Cherry Explanade”, un’area rettangolare con file di ciliegi, donati dal Giappone. La fioritura è a maggio, e ora siamo ad agosto.
Ma l’incanto è tale che, senza chiudere gli occhi, come in una sequenza cinematografica di Sogni (1990), di Akira Kurosawa, puoi vedere i ciliegi rivestirsi di un ombrello bianco e ritrovarti in un fantastico Eden.
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Redazione
13 Febbraio 2026



















































