Energia e potere: perché l'Europa deve reinventarsi per restare nel gioco globale

Sonia Brandi 13 Luglio 2026
Energia e potere: perché l'Europa deve reinventarsi per restare nel gioco globale

Nel mondo contemporaneo l'energia non è più soltanto un settore tecnico: è diventata la grammatica con cui si scrive il potere. Chi controlla le fonti, le tecnologie e le infrastrutture energetiche determina oggi gli equilibri economici, politici e persino culturali del pianeta.

Non è un caso, dunque, che proprio a Napoli, il 25 giugno scorso, si sia tenuto un seminario dedicato ai nuovi scenari energetici globali, promosso dal Master Project Management per l'Innovability. Un incontro che è diventato l'occasione per interrogarsi sul ruolo dell'Europa in una fase di transizione accelerata e di competizione internazionale sempre più serrata.

Le nuove traiettorie globali
Ad aprire la riflessione è stato il prof. Vittorio Amato, autore del volume “Geopolitica dell'energia”, che ha ricostruito le nuove rotte del potere energetico mondiale: dalla corsa alle materie prime critiche alla ridefinizione delle alleanze, passando per il ruolo crescente di attori non occidentali come Cina, India e i paesi del Golfo. Il prof. Franco Vittoria ha invece analizzato la posizione di un'Europa sospesa tra ambizioni di autonomia strategica e una dipendenza energetica che la crisi russo-ucraina ha reso drammaticamente evidente.

L'Unione Europea, ha sottolineato, si trova davanti a un bivio: trasformare la propria vulnerabilità in progetto politico, oppure subire le dinamiche imposte da potenze più aggressive sul piano energetico.

I contributi di Giorgio Volpe, vice direttore generale dell'Unione Industriali di Napoli, e di Tommaso Isernia, amministratore unico di Form Retail, hanno riportato la discussione su un piano spesso trascurato: la transizione energetica non è solo un tema geopolitico, ma un processo che coinvolge direttamente le imprese, i territori e la ricerca accademica. A moderare l'incontro, l'avv. Antonio Venezia, presidente del Centro di ricerca Ires, che ne ha confermato la natura interdisciplinare: diritto, economia e geopolitica si intrecciano per offrire una lettura completa delle trasformazioni in corso.

Un continente potente e vulnerabile
L'Unione Europea è oggi, allo stesso momento, una potenza normativa, un attore vulnerabile e un laboratorio della transizione energetica. La sua forza non nasce dalle risorse naturali, che scarseggiano, ma dalla capacità di scrivere regole, creare mercati e sviluppare tecnologie.

La sua debolezza resta invece la dipendenza dalle importazioni: secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, l'Europa importa oltre il 60% dell'energia che consuma. Un dato che da solo spiega perché il conflitto russo-ucraino abbia trasformato una vulnerabilità strutturale in un fattore di instabilità politica ed economica.

Da allora molto è cambiato, e i mesi più recenti raccontano un'Europa impegnata in una diversificazione tanto rapida quanto complessa. Da gennaio 2026 l'Unione ha vietato tutte le importazioni di gas e GNL russo, sostituendole con forniture da altri Paesi e con una maggiore produzione di biometano, mentre lo sviluppo dell'idrogeno verde viene coordinato attraverso la Piattaforma europea per l'energia e le materie prime, lanciata nel luglio 2025.



Ma la strada della diversificazione si è rivelata tutt'altro che lineare: nel primo trimestre del 2026 il 63% delle importazioni europee di GNL è arrivato dagli Stati Uniti, una quota che secondo le proiezioni dell'IEEFA salirà a due terzi entro fine anno e potrebbe toccare l'80% già nel 2028-2029.

È il paradosso di questa fase storica: l'Europa ha tagliato la dipendenza da Mosca, ma rischia di averla sostituita con una nuova dipendenza da Washington, per giunta più costosa. A complicare il quadro, la chiusura dello stretto di Hormuz nella primavera 2026, conseguenza delle tensioni con l'Iran, ha ridotto anche i flussi di GNL qatariota ed emiratino verso il continente.

Tre direttrici per il futuro
Proprio per questo l'Unione Europea sta puntando su tre direttrici geografiche principali per diversificare fonti e forniture:

  • l'Africa, con l'idrogeno verde da Marocco e Namibia, il solare su larga scala e i corridoi energetici mediterranei;
  • l'America Latina, con il litio di Cile e Argentina, il rame peruviano e la cooperazione sulle batterie;
  • il Medio Oriente, con il GNL del Qatar e gli investimenti in idrogeno.


Una strategia che si inserisce nel quadro del piano Global Gateway della Commissione Europea e che convive, sul piano interno, con il rilancio del nucleare in diversi Stati membri, Francia in testa, e con il progetto di una vera e propria dorsale europea dell'idrogeno, pensata per trasformare il continente in un hub tecnologico mondiale.

Napoli, laboratorio di una trasformazione necessaria
Il seminario che ha animato il dibattito a Napoli non è stato un semplice momento di divulgazione, ma un segnale culturale: l'energia è ormai la chiave per interpretare il mondo contemporaneo. Comprenderne le dinamiche significa comprendere la stabilità dei continenti, la competitività delle imprese, la capacità dei territori di innovare. E l'incontro ha messo in luce un aspetto spesso ignorato: la transizione energetica non si gioca soltanto nei palazzi della politica, ma nelle imprese e nei territori che la devono attraversare ogni giorno.

Napoli, con la sua tradizione industriale e accademica, si propone così come laboratorio di questa trasformazione: un luogo capace di connettere visione strategica e radicamento territoriale, sapere scientifico e prospettiva internazionale. In un'epoca in cui le crisi energetiche possono cambiare governi, economie e alleanze, riflettere su questi temi non è un esercizio accademico, ma una necessità strategica.

Perché in un mondo in cui l'energia è diventata il linguaggio del potere, comprenderne le dinamiche significa comprendere il futuro dell'Europa e, non da ultimo, il futuro dei territori come il nostro, chiamati a giocare la propria partita in questa trasformazione globale.

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