Italia, cervelli in fuga. Ma dove sono i cervelli?

Sonia Brandi 27 Marzo 2026
Italia, cervelli in fuga. Ma dove sono i cervelli?

Negli ultimi vent'anni la "fuga di cervelli" è diventata uno dei punti di maggior interesse nel dibattito pubblico e sociale italiano: tra il 2011 e il 2024 oltre 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni, di cui la quasi metà laureati, hanno deciso di tentare la fortuna all’estero.

Ogni anno, infatti, migliaia di giovani laureati, ricercatori, professionisti altamente qualificati lasciano il Paese in cerca di migliori opportunità. Eppure, dietro questa formula ormai logora, si nasconde una domanda più scomoda: ma dove sono, oggi, i cervelli italiani? E soprattutto: perché continuiamo a perderli?

L’Italia è un Paese che forma eccellenze mondiali, ma non le trattiene. Nonostante le risorse limitate, le università italiane continuano a formare medici, ingegneri, informatici, biotecnologi, architetti e tante altre figure altamente specializzate che all’estero vengono accolte a braccia aperte.

Il problema non è tanto la qualità della formazione quanto ciò che accade dopo un percorso di studi; in Italia, infatti, gli stipendi sono più bassi rispetto alla media europea, l'avanzamento della carriera è quasi impossibile e molti settori, come quello della ricerca, hanno pochi finanziamenti statali.

Ci troviamo dinanzi a un vero e proprio paradosso: investiamo per formare giovani brillanti e altamente qualificati, che poi scelgono, chi per desiderio di esplorare altri Paesi e chi per necessità, di lavorare all’estero.

Dove vanno i cervelli italiani?

Le destinazioni più ambite e frequenti sono sempre le stesse: Stati Uniti; Svizzera; Regno Unito; Francia e Germania. Parliamo di Paesi in cui gli stipendi sono più alti e le prospettive di carriera sono decisamente più allettanti, oltre al fatto che in queste nazioni l’innovazione e la ricerca vengono viste come delle vere e proprie risorse per il futuro e non vengono viste come un mero costo da mettere nel bilancio.

I settori in cui gli italiani eccellono sono: medicina; ingegneria aerospaziale, IA, design e più in generale nella creatività digitale.

La realtà è però ancora più spinosa di così: il problema non riguarda solo chi parte ma anche chi resta in quanto spesso ci si ritrova a combattere contro un sistema che fatica a creare un ambiente lavorativo sano, corretto e cooperativo. Buona parte delle giovani menti brillanti non scappano… vengono spinte fuori.



Ma la fuga dei cervelli non è un destino inevitabile, il cambiamento è possibile.

Paesi come il Canada, la Finlandia e l’Olanda hanno dimostrato che è possibile invertire la rotta. Come? Rendendo il territorio più attrattivo non solo per chi parte, ma anche a chi potrebbe arrivare.

L’Italia è ancora in una fase in cui sono più gli esperti che partono rispetto a quelli importati e questo squilibrio pesa sul futuro economico e sociale del Paese. L’esodo costa al Paese circa 134 miliardi di euro, colpendo in particolar modo il Sud, da cui partono 134.000 studenti e 36.000 laureati ogni anno.

La qualità della formazione italiana è indiscutibile, abbiamo tra le migliori università d’Europa e del mondo. Basti pensare al Politecnico di Milano che si trova alla novantottesima posizione nella top 100 globale; alla Sapienza di Roma che è prima al mondo nel settore della Storia Classica e Antica e decima in Archeologia o ancora all’università di Napoli Federico II. Fondata nel 1224 da Federico II di Savoia, è considerata la prima università pubblica e laica al mondo e rientra nella top 100 mondiale in varie discipline (Ingegneria Civile, Veterinaria, Lettere Classiche e Odontoiatria).

Bisognerebbe quindi chiedersi perchè il nostro sistema forma specialisti senza però riconoscere il loro valore e perché così tanti giovani talentuosi non trovano spazio qui.

Pertanto, più che lamentarci dell’emigrazione dei cervelli dovremmo chiederci: siamo davvero pronti al loro rientro?

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