L’EUROPA TRA PASSATO E PRESENTE … E IL FUTURO?
Antonio Esposito 6 Marzo 2026
Di tanto in tanto è buona cosa dare un’occhiata ai dorsi dei libri posti a bella mostra sugli scaffali di casa nostra: possiamo scoprire libri che non pensavamo di avere, possiamo non trovare libri che pensavamo di avere e soprattutto possiamo ri-scoprire libri già letti capaci di ‘sedurci’ per una seconda o magari una terza lettura.
Mi riferisco al libro L’Europa raccontata da Jacques Le Goff (edizioni Laterza).
L’Europa è antica e futura a un tempo. Ha ricevuto il suo nome venticinque secoli fa, eppure si trova ancora allo stato di progetto. Saprà, la vecchia Europa, rispondere alle sfide del mondo moderno? (p.3)
Se Le Goff dà risposte alla domanda che egli stesso si pone, è il caso di rileggere il suo libro.
La civiltà greca – scrive Le Goff – ha proposto alcuni valori fondamentali che ancor oggi rimangono per gli europei strumenti intellettuali ed etici: l’idea di natura, l’idea di ragione, l’idea di scienza, l’idea di libertà e soprattutto, forse, il concetto di dubbio e la sua pratica. Lo spirito critico non è forse stato uno degli strumenti essenziali del pensiero e dell’azione degli europei, e non rimane ancor oggi uno dei suoi atouts di fronte al ritualismo o al fondamentalismo di altri pensieri che non hanno saputo accogliere il dubbio metodico? (p.6)
Nel trattare del rapporto tra l’Europa medievale e il mondo moderno lo storico medievista ci sorprende chiamando in causa anche la forchetta. Si, proprio quella che usiamo a tavola sicché, afferma il medievista, è stato dimostrato come quello che potrebbe essere considerato soltanto un oggetto da citare magari negli aneddoti, la forchetta appunto, sia la manifestazione di una svolta di modernità nelle maniere a tavola dell’Europa.
Giunta da Bisanzio a Venezia nell’XI secolo, la forchetta non riesce subito ad entrare nel mondo europeo perché la cristianità europea è ancora una terra di gruppi, dove si mangia in comune nelle stesse ciotole, nelle stesse scodelle, dove si beve in comune nelle stesse coppe. La forchetta è legata, invece, all’individualizzazione dei comportamenti a tavola, all’emergere moderno dell’individuo, ovvero l’essere umano considerato nella sua singolarità, nel XVI secolo.
Anche in questo caso l’Europa ha creato un utensile culturale della tavola che fa da contraltare alle bacchette dell’Estremo Oriente. Tutta l’Europa è diventata un mondo del pane, un mondo del consumo alimentare di grandi pezzi di carne o di pesce, che contrasta con il mondo asiatico del riso e dei bocconcini di cibo. Ben sappiamo, naturalmente, che anche altri sono gli ‘embrioni’ del mondo moderno e tra questi il leggere, lo scrivere e il far di conto. Quel leggere, scrivere e far di conto della scuola che fu e che meglio sarebbe poter dire della scuola che sarà.
Per carità, nulla contro il computer e le altre sempre più imperversanti ‘alchimie’ tecnologiche, ovvero ‘mansarde’ che si rischia di costruire senza le fondamenta, ovvero senza una necessaria adeguata alfabetizzazione strumentale. Con estrema illuminante telegraficità Le Goff ci riconduce alla ragion d’essere di quel leggere, scrivere e far di conto: Senza sfuggire completamente al controllo ecclesiastico, un nuovo, irresistibile movimento scolastico e intellettuale si risveglia nelle città del XII secolo.
Le scuole urbane compiono un’opera di alfabetizzazione che tocca in profondità gli strati sociali, La pratica del commercio, il ricorso sempre più frequente al diritto e alle sue applicazioni, il progresso della scrittura rispetto all’espressione orale spingono all’insegnamento delle tre pratiche fondamentali: leggere, scrivere, far di conto. (p. 27) In fondo a leggere Le Goff si comprende bene come noi europei siamo, oggi, ancora quelli che siamo stati ‘ieri’ nonostante le malattie della modernità, ovvero l’angoscia che spinge verso i paradisi artificiali, il consumo eccessivo di tranquillanti e di medicinali in genere, l’aumento del numero dei malati di mente e dei suicidi e non è che la vecchia Europa non avesse le sue malattie.
La ‘vecchia’ Europa? L’ Europa non è vecchia, è antica. Il mondo non è moderno, è attuale. La tradizione, se ben utilizzata, è una risorsa. La storia è una forza che spinge in avanti, e speriamo – restituendo contenuto e titolo di nobiltà a un termine bistrattato dalla nostra epoca, specie in Europa, dovesi sono prodotti abominii che si sarebbero pensati banditi per sempre da questo continente –che ci porti, se non verso il progresso, per lo meno verso certi progressi (pp. 64-65).
… MA È ANCORA TEMPO DI POESIA?
… Ma come, professore Pennacchioni, fa studiare i testi a memoria […] gli piacerà tantissimo, dia retta a me, il gusto di quelle parole in bocca, i razzi illuminanti di quei pensieri nella testa, e scoprire le prodigiose capacità della sua memoria, la sua infinita duttilità, questa cassa di risonanza, il volume inaudito a cui far cantare le frasi più belle, riecheggiare le idee più chiare, andrà pazzo per questo nuoto sub linguistico quando avrà scoperto la grotta insaziabile della propria memoria, adorerà tuffarsi nella lingua, pescarvi i testi in profondità, e per tutta la sua vita saperli lì, costitutivi del suo essere, poterseli recitare all’improvviso, dirli a se stessi per sentire il sapore delle parole. Portatore di una tradizione scritta che per merito suo tornerò a essere orale, forse li reciterà a qualcun altro, per condividerli, per il gioco della seduzione, o per fare il saccente, è un rischio da correre.
Oggi c’è la nebbia, qualcuno dice, e noi subito intoniamo, con saccenza, la nebbia agli irti colli piovigginando sale …
Ei fu … per indicare qualcuno in remoto …
Nel mezzo del cammin di nostra vita …
quando alludiamo ad una certa età …
Sparse le trecce morbide sull’affannoso petto …
quando ammiriamo una donna dai
capelli lunghi …
Ognuno sta solo sul cuor della terra …
per evocare uno stato di solitudine …
M’illumino d’immenso …
quando ci troviamo in uno spazio senza confini …
Non sempre il tempo la beltà cancella…
chi non l’ha detto almeno una volta
alla mamma? …
Che fai tu, luna, in ciel? …
io lo dico tutte le sere in cui la contemplo alta nella buia
volta celeste …
Ma è ancora tempo di poesia?
La domanda da porre non è questa: la domanda da porre è se siamo ancora capaci
di emozionarci.â
Jorge Luis Borges, scrittore, saggista, poeta, filosofo e traduttore argentino, nel libro intitolato Il mestiere della poesia, tenta, fin dal titolo stesso e intrecciando arte e filosofia, di dare risposte sensate e convincenti a chi si chiede e chiede a cosa servi leggere e scrivere poesie e a come possono parole fragili o anche potenti a racchiudere il mistero dell’esperienza umana.
La prima risposta di Borges è che la vera conoscenza non nasce dalle certezze, ma dalla capacità di porsi domande e accogliere il dubbio. Il dubbio, quello stato di incertezza e sospensione del giudizio, fondamentale per la riflessione critica, per la ricerca della verità e per l’approdo alle certezze.
Il cogito ergo sum della grande lezione cartesiana!
Ogni poesia e ogni lettura diventano un invito ad esplorare l’ignoto, un labirinto di enigmi che conduce ad una comprensione più profonda di noi stessi e della realtà che ci circonda.
In un’epoca in cui le certezze si sgretolano, il mondo muta aspetto continuamente e soprattutto rapidamente, per il che appare opportuno ricordare che Herbert Marcuse, filosofo e sociologo tedesco,
andava sostenendo e oggi ancora e viepiù sosterrebbe che non si ha il tempo di avere un’idea che è già passata. L’ innovazione tecnologica, dal canto suo, porta con sé promesse entusiasmanti e grandi paure ed è per tutto questo che Borges invita fermamente a custodire ciò che ci rende umani, ovvero la capacità di dubitare, stupirci, commuoverci e accettare l’incomprensibile.
Ecco, allora, la riscoperta della poesia come mestiere dell’uomo, ovvero come momento di riflessione e di bellezza, capace di sfidare la banalità di ogni pensiero unico.
La poesia penetra, lenta e decisa, come la punta di un ago; si legge e si rilegge nel mentre ci si chiede quale senso abbia leggere e scrivere
… Poi ti ci ritrovi, quasi d’incanto, nell’universalità di un solo verso, più infinito del suo infinito …
e il naufragar m’è dolce in questo mare
Quale seduzione!
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Redazione
6 Marzo 2026



















































