Alle Radici del "Classicista della Modernità": Michele Carillo, il poeta che insegnò a Luigi Franzese a guardare il Cielo

Giovanni Scafaro 12 Gennaio 2026
Alle Radici del "Classicista della Modernità": Michele Carillo, il poeta che insegnò a Luigi Franzese a guardare il Cielo

C'è un filo rosso, sottile e resistente come la ginestra, che lega le generazioni alle pendici del nostro Vesuvio. Un filo che non è fatto solo di sangue, ma di spirito, di arte e di quella ostinata volontà di contrapporre la bellezza al caos.

Mentre cresce l'attesa per l'evento culturale che segnerà la prossima estate la presentazione del Romanzo Il Classicista della Modernità di Giovanni Scafaro, dedicato all’artista Luigi Franzese — è doveroso compiere un passo indietro.

Per capire l'artista che oggi celebriamo, dobbiamo volgere lo sguardo verso l'ombra luminosa che ne ha guidato i primi passi: suo zio, il poeta Michele Carillo.

Michele Carillo non è stato soltanto un parente per Luigi Franzese.    

Nel grande affresco narrativo che Scafaro si appresta a consegnare ai lettori, Carillo emerge come il Mentore, la figura archetipica che insegna al giovane artista che la realtà non è solo quella che si tocca, ma quella che si sente.

Nel 2017, la pubblicazione postuma della raccolta di sonetti Cielo e Terra, curata amorevolmente proprio dal nipote Luigi e presentata con l'acume critico del prof. Carmine Cimmino, fu molto più di un evento letterario. Fu un atto di resistenza contro l'oblio che minaccia le nostre radici, una battaglia perla memoria storica che Cimmino conduce da sempre con rigore e passione, per contrastare lo smarrimento identitario di un territorio troppo spesso dimentico di sé.

In quei versi, rigorosi nella metrica del sonetto eppure ribollenti di passione vesuviana, Luigi Franzese trovò la conferma della sua stessa poetica pittorica: la necessità di dare un ordine al magma, di trasformare l'energia distruttiva del vulcano in ritmo creativo.

Se Franzese è il "Classicista della Modernità", capace di unire la tradizione classica alla sperimentazione moderna, lo deve anche a quelle discussioni filosofiche con lo zio Michele. È da lui che ha appreso il dualismo fondante di Cielo e Terra: la pesantezza della terra nera, fertile e pericolosa, e l'aspirazione verso un cielo che promette trascendenza.

Michele Carillo usava le parole per costruire architetture di senso; Luigi Franzese usa i colori e la materia vulcanica. Ma la matrice è identica. Lo zio ha insegnato al nipote che l'arte è una cosa seria, una disciplina interiore, una "gabbia dorata" — come il sonetto — necessaria per non farsi travolgere dal disordine del mondo.

L'imminente presentazione del romanzo di Scafaro si profila dunque come un appuntamento culturale di eccezionale rilievo, nobilitato dalla presenza di due relatori di alto profilo: il prof Pasquale Gerardo Santella e il prof. Raffaele Urraro. Grazie al loro autorevole contributo critico, l'evento non sarà solo la celebrazione di un artista, ma la chiusura di un cerchio familiare e spirituale.

Nel romanzo, la figura di Michele Carillo prende vita, uscendo dalla nebbia del ricordo per assumere il ruolo che gli spetta: quello del custode del fuoco sacro.

Leggere oggi di Michele Carillo significa prepararsi a comprendere, tra pochi mesi, la genesi profonda di Luigi Franzese. Significa capire che dietro ogni grande tela dell’Artista, dietro ogni suo "reperto vulcanico", c'è l'eco di un sonetto che cercava di unire la terra al cielo. Un appuntamento con la storia della nostra identità culturale a cui non potremo mancare.

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