LADY MACBETH, DIDONE, MEDEA IN SCENA

Pasquale Gerardo Santella 3 Luglio 2026
LADY MACBETH, DIDONE, MEDEA IN SCENA

I personaggi femminili tragici nel saggio del Laboratorio teatrale Gulliver

Si vede sempre con piacere il saggio finale degli allievi del laboratorio teatrale Gulliver, diretto dalla regista-attrice Gabriella Maiello. Sulla scena stavolta tre rappresentazioni divise secondo l’età degli interpreti, dai ragazzi ai seniores: primo spettacolo Gobbo il re Storta la regina. Un' allegra filastrocca scritta in rima che gioca su due livelli temporali, la storia medievale e quella attuale. Re Davanti e Re Di Dietro si contendono il trono più bello e prezioso ma la loro avidità li porterà alla guerra. Il messaggio è una denuncia della guerra e un’affermazione della pace e della concordia. Il secondo è una performance/contenitore di tre personaggi tragici femminili: Lady Macbeth di Shakespeare, La Didone dell’Eneide di Virgilio, la Medea di Euripide; il terzo, Frammenti di teatro, una serie di bozzetti di vita realistica con scene riprese dai classici del teatro napoletano.

Fatto un plauso a tutti gli interpreti che si sono esibiti sulla scena per l’impegno profuso e le qualità mostrate nella gestione della voce e del corpo, ci piace soffermare la nostra attenzione  in particolare sul secondo lavoro: il più difficile da mettere in scena per la ricerca di una soluzione stilistica funzionale all’ interazione di tre “eroine” drammatiche, che fosse una sintesi delle loro vicende esteriori e interiori aggrovigliate e complesse, che investono tutta la vasta gamma dei più forti sentimenti umani: follia, passione amorosa, violenza con spargimento di sangue, tradimento, abbandono, gelosia, vendetta, colpa, castigo.

Dopo una sintetica ma opportuna presentazione della storia delle tre donne a sipario chiuso, l’actio si apre in una scenografia tutta giocata sulla netta contrapposizione tra bianco e nero: bianche le colonne romane mozzate che si ergono nello spazio; nero lo spazio che fa da sfondo alla scena; bianchi gli oggetti di scena : un tavolo e una poltrona; bianca la veste delle donne, nera quella del narratore, che cuce le varie sequenze letterarie con riflessioni che talora sono riprese dai testi originali, talora elaborate dalla regista. Un bianco e nero che non sono un mero contrasto cromatico, ma assolvono a una funzione metaforica, in quanto rinviano alla contrapposizione tra luce e oscurità, ardente passione e serena riflessione, insensata follia e fredda razionalità, che insieme interferiscono nel dentro / fuori delle donne: la sfrenata ambizione della moglie di Macbeth, il genuino innamoramento della regina Didone per l’eroe troiano Enea, che si suicida quando viene abbandonata dall’amante che sceglie il dovere della missione affidatagli dagli dei all’umano sentimento dell’amore; la “straniera” Medea, che tradisce il padre e la patria per seguire l’eroe Giasone nella città di Corinto, ma quando viene abbandonata dal marito, che sceglie di sposare la figlia del re per la sua ambizione di potere, si vendica uccidendo i due figlioletti avuti da lui, con un disperato ed estremo atto di ribellione non solo contro la slealtà del marito ma anche contro un mondo civile che l’ha rifiutata ed emarginata come donna e barbara.

La vicenda si snoda attraverso i monologhi delle tre donne che tendono ad espressioni gridate in cui si manifestano rabbia, violenza, disperazione, tensione smodata, cui fa da contraltare la voce pacata del narratore, che interviene, dipana qualche filo interrotto della storia, tesse qualche sfilacciamento nella tela, ricompone il testo, fa qualche osservazione che chiarisca i discorsi delle donne. I tre personaggi, pur appartenendo a tre epoche diverse, la Grecia classica, il mondo latino e l’Inghilterra del Seicento, sono vestite allo stesso modo e agiscono tra gli stessi “oggetti”. Anche questa una scelta registica, che non addiziona una accanto all’altra tre storie di donne, ma alternandole nel loro dialogo con gli spettatori, tende a farne una unica donna “ideale”, universale, quella costretta a vivere per secoli in una società che la voleva e trattava come sottoposta all’uomo e in cui i tentativi di ribellione e autoaffermazione erano destinati ad essere soffocati o a sfociare in uno spargimento di sangue, dove a prevalere sul dialogo della ragione è la frenesia della violenza e della follia esercitata dal potere.

Brave le giovani interpreti nella parte delle tre donne Mariassunta Iervolino, Mariagreta Franzese, Sara Ferrara, soprattutto per una espressione vocale che, pur esprimendo la forte intensità dei sentimenti dei personaggi, non è mai andata sopra le righe e il narratore Gennaro Peluso, che attraverso il racconto ha fatto da contraltare alla drammaticità della recitazione riportandola sul piano dell’ascolto di una storia.

Certo la brevità della rappresentazione non ha permesso una versione più elaborata e didascalica delle tre storie, ma credo che con qualche opportuno ritocco questo lavoro possa essere adatto ad una diffusione nelle scuole superiori e anche a un inserimento nel cartellone dell’annuale stagione teatrale.

Gli spettatori di una rappresentazione scenica vanno al teatro per divertirsi, che non significa solo ridere a una battuta o a una particolare situazione, ma essere messi nella condizione di guardare la realtà da una prospettiva laterale e divergente, con cui confrontarsi. Il pubblico del teatro non è mai passivo. Ce lo dice l’etimologia stessa della parola teatro, che viene dal verbo greco theaomai, che significa vedere ma anche essere visto, proprio a indicare il particolare rapporto empatico di interazione tra spettatori e attori, che insieme partecipano a una sorta di liturgia nella quale entrano in comunione tra di loro con-fondendo una esperienza reale fatta di sentimenti e intelligenza.

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