Lorenzo Maffia, “Nuje” e oltre: il viaggio tra creatività e sentimento
Diletta Rainone 19 Marzo 2026
C’è chi vive la musica come mestiere e chi come una lente attraverso cui amplificare la realtà. Per lui, il Maestro Lorenzo Maffia, ogni suono è esperienza, ogni nota un passaggio di energia.
Con 35 anni di carriera, dalla formazione classica alle collaborazioni con grandi nomi della musica italiana, tra cui Michele Zarrillo, Laura Pausini, Paola Cortellesi – di cui ha firmato in parte la colonna sonora del film “C’è ancora domani” (2023) – e Gigi d'Alessio, il suo percorso è un equilibrio continuo tra disciplina e istinto.
Maffia sta affrontando in questo periodo la tournée che promuove Nuje, il nuovo album di Gigi D’Alessio, in scena nei principali palazzetti italiani e destinato a proseguire anche in una tranche invernale. In questa conversazione si racconta senza filtri, tra memoria, arte e visione.
Maestro, lei ha una formazione classica: quando ha capito che il suo genere era il pop?
«Quando ero bambino, mio padre metteva in auto i dischi di Mina, Adriano Celentano, Lucio Battisti: la passione per la musica leggera è nata così. Ricordo l’odore dell’auto, i miei genitori, la foto di una Mina giovanissima sul portacassette. Quando sono tornato dal servizio militare, ho detto ai miei: non farò mai il pianista classico. Per quanto ne apprezzassi il pregio accademico, non era un vestito in cui mi riconoscevo. Avevo anche vinto concorsi nazionali e internazionali, ma continuavo a pensare: questo non sono io».
È stato proprio suo padre a regalarle il suo primo pianoforte.
«Una tastierina della Bontempi: una Hit Organ con la stellina iconica, i tasti arancioni con gli accordi sulla sinistra e una tastiera piccola così… Avevo quattro anni e mezzo e non sapevo ancora leggere. Fu una follia di fatto. Cominciai a riprodurre le melodie delle sigle degli sceneggiati e delle pubblicità di Carosello, e allora intuì che c’era del talento e che fosse il caso di farmi studiare. Mio padre è sempre stato un visionario. È stato colui che mi ha messo in guardia, ma va bene… la gioventù è fatta anche per prendere bastonate. Si fa esperienza, sempre. Eduardo diceva: Gli esami non finiscono mai».
Ricorda la prima volta che ha inciso qualcosa?
«Ero con dei miei amici. Anche loro suonavano e, in futuro, avrei anche lavorato con alcuni di loro. Raccogliemmo a gran fatica i soldi per affittare una sala di registrazione. Avevo sedici anni. Sarebbe carino ritrovare quella cassetta… anche solo per autoinsultarci».
Artista e uomo: due persone distinte o coincidono?
«L’uno alimenta l’altro, continuamente. Sono un organismo unico per me».
Che rapporto ha con la timidezza?
«Lorenzo è timidissimo, ma vince la sua timidezza sforzandosi di essere super sociale e compagnone. Lo sono, però mi imbarazzo moltissimo, ad esempio, con i complimenti: se qualcuno mi dice quanto sei bravo o cose del genere, tendo ad arrossire con grande facilità. Sono più bravo a farli».
Qual è l’ultimo che ha fatto?
«Qualche giorno fa ho scritto al nostro manager per ringraziarlo. L’ultimo giorno di prove, ci ha abbracciato tutti, uno ad uno: è stato un momento molto forte, come la consapevolezza di aver fatto un passo avanti come squadra».
Quando compone, è l’emozione che guida la musica o la musica che guida l’emozione?
«Come compositore, mi sento un architetto che ha già in testa come dovrà essere la casa. Posso partire dalle fondamenta oppure da un lampadario e costruirci tutto il contesto intorno, ma c’è già un’idea di base».
Cos’è per lei l’atto creativo?
«Per me è come andare in trance: inizio ad aggiungere strumenti e ne esce fuori un arrangiamento. Mi lascio guidare dal momento, e in fase di post-produzione cerco di non “assassinare” la bellezza di quel flusso originario».
Sembra che per lei comporre significhi mettersi in contatto diretto con un istinto ancestrale.
«È proprio così. A volte passo ore davanti al computer senza riuscire a mettere insieme molto. Poi scatta ora di cena e in quei dieci secondi in cui percorro il corridoio mi viene un’illuminazione: torno indietro e registro. Quello che riesci a creare in cinque minuti è la rivincita di tutto il tempo che pensavi di aver perso».
Empatia, sensibilità e stabilità: come bilancia queste tre cose?
«È difficile gestire il peso delle emozioni altrui, soprattutto se si tratta di persone a cui vuoi bene, ma il lato positivo è che posso trasformarle in qualcosa di creativo».
Che rapporto ha l’artista col suo pubblico?
«Facciamo un lavoro strano: quando compri qualcosa, porti a casa un oggetto. Da un concerto, non torni a casa con una cosa: torni a casa con una montagna di cose che puoi vedere solo tu dall'interno. Noi, in cambio, riceviamo l’energia del pubblico: applausi, strilli e voci che omaggiano l’artista e il suo denudarsi. La composizione e la performance, in fondo, sono come uno striptease dell’anima».
Qual emozione caratterizza maggiormente le sue composizioni?
«Forse la malinconia è l'alimento più energetico per me, ma dipende da cosa devo scrivere».
Ha un sogno nel cassetto?
«Sono un totale devoto di John Williams, ormai novantenne. Credo abbia scritto le più belle colonne sonore nella storia dell’umanità. Ammiro moltissimo anche Hans Zimmer. Credo che solo gli alieni potrebbero disporre degli strumenti per misurarne il talento».
È anche docente: il talento è innato?
«Lo studio è importante in questo mestiere perché serve per apprendere dei codici: essere un artista significa dare forma e linguaggio a ciò che già hai dentro. Sin dal primo giorno di lezioni, dico ai miei studenti che non possono sapere se faranno questo lavoro, ma tutti loro hanno il dovere di provarci».
Talento e perseveranza.
«Io la chiamo “ossessione”: qualsiasi lavoro tu voglia fare, a qualsiasi livello… devi esserne ossessionato. Poi, come insegna il Maestro Domenico Modugno, ci vuole anche la fortuna, quella con la “C” maiuscola».
Quanto conta la fama nel suo mestiere?
«Prima il meccanismo era più sano: se eri bravo e avevi tutte le altre componenti, diventavi famoso. Oggi puoi essere considerato bravo solo perché sei famoso. Ma la fama non è un merito, è una conseguenza».
Dopo collaborazioni con grandi artisti come Michele Zarrillo, Laura Pausini e Gigi D’Alessio, secondo lei esiste una formula giusta per scrivere una hit?
«Non c'è una regola, ma spesso una canzone di successo parla d’amore. L'ultimo Sanremo ce lo ha dimostrato: un pezzo che ha toccato un retaggio culturale emotivo che ci riguarda un po’ tutti. Il successo è nelle mani del pubblico: nella nuova tournée di Gigi, abbiamo riportato in scaletta “Una magica storia d'amore”, tornata virale grazie ai social. È stata per noi un’occasione di riscoprirne la bellezza».
La nuova tournée di Gigi D'Alessio è partita qualche giorno fa per promuovere il disco Nuje: quali sono le componenti distintive del nuovo album e come sono andate le prime tappe?
«Nuje – “noi” in napoletano – è concentrato su tutte le storie che riguardano un qualsiasi “Noi”, con le parti dolci e quelle amare, tradotte in bellissime ballad che speriamo regaleranno nuove forti emozioni. I primi concerti sono andati benissimo, sia la data zero di Terni che i due concerti al Palaeur di Roma. Le prossime saranno Bari, Torino, Firenze e Milano, prima di una pausa pasquale».
Ci parla della preparazione che ha preceduto questa nuova grande avventura?
«Abbiamo costruito il nuovo tour nel corso di mesi di lavoro, con l’obiettivo di fare un ulteriore passo avanti. Si tratta di un artista ormai di grandissima popolarità, che ha saputo trasmettere una visione chiara a tutto il team, a partire da sé stesso, vero motore creativo del progetto. Lo spettacolo si presenta con un palco imponente, luci spettacolari e una scaletta curata e coinvolgente. Anche i brani più noti di Gigi D'Alessio sono stati riarrangiati in chiave nuova, per offrire al pubblico un’esperienza completamente rinnovata».
C’è una tappa in cui ha più piacere di tornare?
«Un po’ dappertutto. I palazzetti come il Forum di Assago o l’Arena di Torino sono spaventosamente belli da fare. A Terni è stato emozionantissimo: abbiamo già il cuore pieno di gioia, ma anche di nuove idee. Lavoriamo costantemente per rendere la tappa successiva sempre migliore della precedente».
Quando tornerete a Napoli?
«L’8 giugno è la prima delle dieci date alla Reggia di Caserta».
Lei risiede in un piccolo paese vesuviano. Perché vivere lontano dalle grandi città?
«Trascorro molto tempo fuori per lavoro, e proprio per questo ho scelto di tornare sempre in questo angolo di tranquillità».
Cosa porta con sé a casa, dopo un concerto?
«Tutta l’energia e la gioia vissute sul palco. Condividerle con chi amo è quasi un dovere: l’arte nasce per questo».
Cosa direbbe agli aspiranti musicisti o artisti che la leggono?
«La società attuale sta insegnando che basta guardare per imparare, ma non è così. Le cose si acquisiscono con la conoscenza e l’esperienza. La vittoria sta nel capire che c’è un percorso, che va compiuto con dedizione. I risultati arrivano coi sacrifici, ore ed ore di prove, e anche le liti. Un team funziona se si ha pieno rispetto e stima dell’opinione altrui».
Un ultimo pensiero sull’arte, Maestro.
«L’arte ti fa vivere una realtà aumentata: un soffio di vento diventa una tempesta, un sorriso una gioia immensa. Anche nella sofferenza, certo… ma, come dico sempre ai miei studenti, l’arte ti migliora, se la sai ascoltare, e la tua soddisfazione è legata al benessere altrui. È un flusso di energia che va assecondato. Ma con l’arte resti sempre, in qualche modo, una ferita aperta».
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