AMERICAN TRAVELS: MUSEI / 2
P. Gerardo Santella 5 Gennaio 2026
Il MOMA (Museum Of Modern Art)
Solo nel MOMA puoi vedere in originale le icone del XX secolo, riprodotte in decine di migliaia di esemplari su stampe, cartoline, magliette e gadget vari: Le Damoiselles d’Avignon di Pablo Picasso, La notte stellata di Vincent Van Gogh, Le ninfee di Claude Monet, La ruota di bicicletta di Marcel Duchamp, la Gold Marylin Monroe di Andy Warhol.
Al MOMA programma di andarci quando apre (ale 10), di sponiti a fare una lunga fila all’ingresso e di passarvi anche l’intera giornata. Comincia dal pian terreno e prosegui in su fino al sesto piano oppure vai all’ultimo piano con l’ascensore e poi scendi un piano alla volta. Senza dimenticare l’interrato, in cui in un’ampia sala proiettano capolavori della cineteca del Museo. Informati degli orari: può essere un piacevole intermezzo della visita e, perché no?, se non sei interessato al film, una pausa rilassante dallo stare fermi in piedi e camminare continuamente.
Nelle varie sale non ci sono solo dipinti; ci sono sezioni dove sono esposte foto, illustrazioni per libri, oggetti da design.
All’ora del lunch puoi sederti a un tavolo della caffetteria sulla terrazza con vista sul giardino interno o andare al ristorante. Se sei stanco di guardare, scendi nel delizioso giardino impreziosito da statue di bronzo e sdraiati su una comoda sedia tra il verde degli alberi e i giochi d’acqua delle fontane. Un angolo di quiete nella frenesia della città.
Dedica infine un po’ di tempo ad aggirarti tra gli articoli esposti nelle ampie sale dei due shop. Libri d’arte da sfogliare con calma, stampe e riproduzioni dei dipinti più famosi, video, quaderni, matite e una incredibile varietà di oggetti, dai più comuni dal valore di pochi dollari, a quelli più costosi e raffinati, che possono costare anche qualche centinaio di dollari. Noi ci limitiamo a comprare un libro comprendente la riproduzione a colori di 350 opere. L’unico in lingua italiana.
La città di N.Y. in due dipinti astratti
Atopolis, 2014, acrilico su tela di Jack Whitten
Il MOMA è il paradiso della pittura moderna e contemporanea. Impossibile citare tutti i dipinti che ad ogni sala ti strappano un OH di meraviglia nel riconoscere opere che hai visto solo sui manuali di Storia dell’Arte. Ma voglio dire qualcosa almeno di due capolavori che si prestano a una lettura aperta e che per me rappresentano il corpo e l’anima di New York: ONE di Jackson Pollock e ATOPOLOLIS di Jack Witten, il primo, uno dei miei preferiti in assoluto, il secondo una sorpresa, che occupano interamente con la loro ampiezza una intera parete di una sala.
One, number 5, di Jackson Pollock
Siedo su una panca e me ne sto per un po’ a contemplare One number 5 (1950)., che per le sue dimensioni, 5,30 x 2,70. Occupa interamente una parete di una sala. È di Jackson Pollock, l’artista che nel dipingere utilizzava la tecnica del dripping: stendeva la tela sul pavimento e si muoveva liberamente intorno ad essa, facendo gocciolare il pennello carico di colore, a formare grovigli in cui riusciva a imprigionare tutto ciò che nella realtà si trovava in continuo movimento.
La tela pulsa energia: la percorrono e si intrecciano filamenti e grovigli di smalto, qui opaco e là lucido, una intricata ragnatela di marroni chiari, blu e grigi su cui irrompono sferzate di bianco e nero. Il modo in cui il colore è disposto sulla tela comunica velocità e forza e l’immagine è nel complesso densa e intensa, ma trasuda delicatezza e lirismo nei particolari della sua filigrana simile al pizzo.

Tuttavia, pur non avendo un unico centro focalizzato e nemmeno uno schema prevedibile One trasmette la sensazione di un ordine implicito. E questo, insieme alla fisicità del metodo di Pollock, induce a paragonare la sua pittura alla coreografia come se le sue opere fossero tracce lasciate da una danza. Alcuni vedono nell’opera i ritmi primordiali della natura, altri l’intensità nervosa della città moderna e i confusi inutili ansiosi itinerari della gente nel labirinto della città moderna.
Potessi dare un nome all’opera la chiamerei semplicemente NEW YORK CITY, che oltre a un titolo sarebbe anche una interpretazione.

ATOPOLIS, di Jack Whitten
Atopolis è il dipinto più grande di Whitten, formato da otto pannelli. Il titolo della più grande opera d'arte di Whitten, Atopolis, combina parole greche per creare un termine che significa "senza luogo", un'idea legata alla tratta transatlantica degli schiavi, quando milioni di africani furono sfollati dalle loro terre d'origine e costretti a lavorare nelle Americhe.
"Atopolis è un concetto potente per i membri della diaspora africana", ha scritto Whitten. "L'identità nera è stata collegata alla nostra mancanza di un 'senso del luogo (…). “Venendo dall'Alabama e da ciò che ho vissuto, sarebbe sciocco da parte mia dire che l'amarezza non esiste. Ma ho capito che dovevo scegliere cosa volevo fare della mia vita, che tipo di persona volevo essere. Così ho fatto un patto. Ho firmato un contratto con l'universo che non avrei odiato. È un contratto tra spirito e materia. Non solo posso lavorare con le tesserei come piccole unità, ma esse agiscono come un’onda, che continua a espandersi. Quando la libertà si espande, la coscienza si espande”.
Costruita con migliaia di piastrelle e calchi acrilici infusi con materiali metallici, fosforescenti e organici, dall'alluminio all'antracite, la costellazione di forme dell'opera suggerisce un nuovo "senso del luogo".
"Atopolis, ha scritto ancora l’artista, potrebbe essere una città immaginaria costruita con elementi provenienti da qualsiasi luogo, [una] città senza confini costruita dai destini sradicati, senza radici e nomadi di vecchi e nuovi migranti, un'identità fluida (…), una "città senza confini", dove tutte le relazioni sono "completamente interconnesse ed egualitarie".

La coperta da letto di Robert Rauschenberg
In una sala, appesa alla parete verticalmente, l’opera Bed-Letto (1955), di Robert Rauschenberg (morto a 82 anni il maggio scorso): la messa in scena di un letto vero e proprio con tanto di materasso a una piazza, con lenzuola, cuscino e coperta a scacchi imbrattati di colore. Uno dei suoi più noti combine painting, realizzato abbinando oggetti e colori in composizioni che non possono essere definite né scultoree né pittoriche.
Un manifesto della poetica New Dada, perché mostra in modo provocatorio l’elevazione dell’oggetto comune materiale al rango di opera d’arte, con l’intenzione
Anche di far meditare gli osservatori sulla sottile soglia che separa la pittura dal suo soggetto, la verità dalla finzione.
Si dice che Dora, la mamma del pittore, donna dolcissima, che non aveva mai compreso il genio artistico del figlio né accettato che per vezzo avesse cambiato il suo nome anagrafico Milton, ogni volta che andava a fargli visita e in casa vedeva bed, insisteva per lavare quella coperta: “Milton, non vorrai che qualcuno pensi che hai dormito in lenzuola così sporche!”.
Consorzio dei Cartapestai: la tradizione artigianale nolana approda nel cuore storico di Napoli
Redazione
5 Gennaio 2026



















































