Le forti tensioni geopolitiche e i venti di una nuova crisi del 1929

Giuseppe Montuori * 13 Aprile 2026
Le forti tensioni geopolitiche e i venti di una nuova crisi del 1929

Tutto ebbe origine da quel catastrofico giovedì nero (24/10/1929). La borsa di Wall Street accusò un duro colpo, per poi subirne uno maggiore a distanza di pochi giorni (29/10/1929).

Il valore delle azioni precipitò bruscamente, svanirono nel nulla 24 miliardi di dollari, fu scritta la parola fine ad un periodo di crescita sfrenato ed altamente speculativo, accompagnato da una sovrapproduzione industriale senza però un aumento della domanda ed un sistema bancario non proprio solido: ebbe così inizio la “crisi del ‘29” (Grande Depressione).

Sembrava un momento critico passeggero, ben presto però si rivelò assai più inquietante, al punto che per diversi anni, almeno fino al 1932, coinvolse l’intero panorama internazionale e non tutti ne capirono la portata, tant’è che alcuni addetti ai lavori del vecchio continente, ebbero a dire “vedrete non arriverà fino a noi” … “ma comunque passerà presto”; sfortunatamente, così non fu.

Il disastro economico, partito dall’America, produsse i suoi effetti devastanti in ambito agricolo, industriale, bancario, finanziario, diffondendosi nel resto del mondo.

Alcuni economisti intravedono nell’attuale economia globale un periodo critico, contrassegnato da una congiuntura sfavorevole, figlia di tensioni geopolitiche, accordi commerciali frenati da nuovi dazi/tariffe e non da ultimo prospettive di crescita limitate, tutti elementi che farebbero pensare ad una crisi mondiale, simile a quella del 1929.

Non è proprio così, quella del 1929 fu una crisi generata da una “bolla finanziaria”, figlia di forti speculazioni, finanziamenti concessi dalle banche senza garanzie, mancanza o tardivo intervento pubblico, oltre ad una deflazione devastante.
Inoltre, le nazioni colpite da siffatta crisi non furono capaci di trovare una soluzione comune, ognuno cercò di limitare i danni anche a discapito di altri Stati, prima fra tutte la Germania, la cui crisi facilitò l’ascesa del nazismo.

Quella attuale, più che una crisi è un periodo di austerity causato da politiche espansionistiche dello zar russo Vladimir Putin, a danno dell’Ucraina oltre che dagli attacchi di Usa/Israele all’Iran, allo scopo di ridurre le capacità belliche iraniane, oltre ad indebolire i vari Hezbollah, Houthi, Hamas e, in tale contesto, avendo capito (i Persiani) che lo stretto di Hormuz è il tallone di Achille non solo degli occidentali, è stato limitato il transito navale ai soli amici del regime, in primis Cina e Russia (mine permettendo).



È ovvio che, bloccando l’arrivo di petrolio alle varie Nazioni, si determina una crisi petrolifera che, indirettamente, colpisce anche altri settori produttivi, tant’è che i Paesi Arabi starebbero progettando di costruire un oleodotto lungo diverse centinaia di chilometri che, attraversando Giordania e Israele, arrivi sulle coste del mar Mediterraneo, da dove verrà trasportato fino ai Paesi Europei.

Come già evidenziato, il sistema economico attuale, almeno quello europeo, abbisogna di politiche economiche tanto vicine alle aziende (così da facilitarne lo sviluppo) che ai cittadini, in modo da agevolare la ripresa dei consumi, evitando il ricorso a sistemi assistenzialistici del passato che ancora gravano sul bilancio dello Stato (senza aver prodotto maggiori posti di lavoro) ed una consapevolezza che la risoluzione dei problemi in questione richiede soluzioni comuni e non per singoli Stati.

Viceversa, l’UE diventa (ammesso che già non lo sia) un carrozzone politico/burocratico inutile. Infatti, a tal proposito, quest’ultima ha deciso che il periodo nebuloso attuale, non sarebbe un motivo necessario per consentire lo sforamento del nuovo Patto di Stabilità/Crescita, mostrando forte scetticismo per il taglio delle accise attuato dalla premier Giorgia Meloni fino al 1° maggio 2026, costando alle casse dello Stato quasi un 1 mld. di euro.

Come al solito, la premier si trova in mezzo al fuoco incrociato delle opposizioni, le quali recriminano al governo di non fare abbastanza per ridurre il costo delle “accise” e alle richieste di Bruxelles di dare maggior peso al “patto di stabilità”.

In conclusione, il rischio di una nuova crisi economica di livello mondiale è costantemente sotto controllo e la presenza di maggiori sistemi protezionistici, rispetto al secolo scorso, ne bloccherebbero sicuramente l’espansione al nascere, euroburocrati permettendo (naturalmente).


* (Dottore in Scienze della Pubblica Amministrazione)

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