L'appartenenza alla terra: l'eredità di Antonio Pennacchi
Geltrude Vollaro 4 Agosto 2021
“Più che destra o sinistra, il decisivo è andare avanti, e andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale. Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione”.
Antonio Pennacchi ci ha lasciato all’età di 71 anni. Operaio e scrittore, come amava definirsi, è stato vincitore del premio Strega 2010 con: “Canale Mussolini”. Pennacchi è testimonianza del lavoro operaio, è memoria di luoghi, è appartenenza alla sua terra.
Il suo carattere sanguigno traspare nei suoi scritti fedeli alla vita vissuta in provincia, la provincia laziale per l’esattezza dell’Agro Pontino, dove la presenza della capitale geograficamente vicina si percepisce lontanissima.
Distante la capitale da quel territorio dove i protagonisti sono alla continua ricerca di sé, imbrigliati tra le ideologie, le delusioni, la voglia di riscatto e le incertezze politiche di una società che non fa sconti a nessuno.
Parte dalla provincia, Pennacchi, con “Il fascio comunista” per abbracciare poi con “Canale Mussolini” la storia d’Italia, quell’Italia operaia, quell’Italia contadina che va dal Novecento fino al secondo conflitto mondiale.
C’è passione e rabbia nei personaggi dei suoi romanzi e l’invito è leggerli con la consapevolezza di intraprendere un viaggio in un’Italia della fatica e del lavoro che non deve essere mai dimenticata.
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